Ho aggiornato il contenuto della pagina il 22 Aprile 2026

La mia prima esperienza di Mindtrek mi ha portato tra le montagne del Gran Sasso, in Abruzzo, il Piccolo Tibet d’Italia. Due giorni di cammino e meditazione con Guido Freddi.

Chi mi conosce sa quanto sia terapeutico per me camminare in montagna: passo corto e respiro, silenzio e lentezza. Farlo con Guido Freddi, antropologo e studioso del buddismo tibetano, è stato un viaggio. Tra il fuori e il dentro. Porto a casa paesaggi immensi, la meraviglia del silenzio, una pace profonda e – come cantano i Negrita – gioia infinita. 

Sul Gran Sasso ci ero stata nel luglio del 2019 per l’ascesa al Corno grande, un trekking memorabile fino alla vetta, 2912 mt. Ed ero stata a Rocca Calascio vent’anni fa e a Santo Stefano di Sessanio. Un ritorno, dunque per me. E pieno di significato.


Il mindtrek è un cammino consapevole che alterna movimento, mindfulness e antiche pratiche contemplative. Spazi di silenzio e ascolto. Ma anche momenti di condivisione e risate. Sapevo poco quando ho prenotato, solo che avremmo dormito a Sextantio e camminato nei dintorni. E per uno strano caso della vita, ma il caso non esiste, avevo conosciuto Guido Freddi a Napoli qualche settimana prima, in un pomeriggio dedicato al Buthan.

Primo giorno: 12,5 km, 500 mt di dislivello, 8 ore di cammino.
Partiamo da Napoli alle 6.50 per essere a Santo Stefano di Sessanio alle 10:30. Tre ore di auto, scarpe da trekking ai piedi e zaino.
Arriviamo puntuali al nostro appuntamento, giusto il tempo di mettere nello zaino il packed lunch e conoscere appena i compagni di viaggio. Siamo in 8. Con me c’è Francesca, l’amica di tanta vita.

<<Dove si va? >>, chiedo con la mia curiosità impertinente. << A Calascio>>. Non chiedo altro. Scopriremo poi che sono più di 12 km tra andata e ritorno e quasi 500 mt di dislivello. Partiamo e siamo tutti accelerati, Guido resta indietro. Il nostro passo è quello nevrotico della città, parliamo, siamo tutti un po’ concitati.
<<Rallentate, non abbiamo fretta>>, arriva il primo monito. Entriamo nel passo consapevole. È il momento del silenzio. Meli selvatici in fiore ci accompagnano per il primo tratto, inizia la salita lungo una piccola mulattiera. La primavera tra queste montagne regala concerti di uccellini, fioriture e ultimi sprazzi di neve.
La prima pausa mindfulness è in un prato con l’erba alta, al sole. Distesi per terra, Guido conduce la prima meditazione. Quasi mi addormento. Si prosegue più riposati e leggeri. Senza fretta saliamo, saliamo ancora, fino a scorgere le cime del Gran Sasso.
La pausa pranzo è su un crinale al sole che domina i pascoli dall’alto. Quanti pastori nei secoli e nei millenni avranno attraversato queste montagne?

Calascio è a circa mezz’ora di cammino, ancora in salita. Si intravede la Rocca, è come una rivelazione. Non ci ero mai arrivata da questo lato e soprattuto mai a piedi. La visita alla Rocca e alla piccola Chiesa della Madonna della Pietà merita.
Il ritorno a Santo Stefano è sempre a piedi, un altro percorso. Un sali scendi continuo. Altre soste. Respiri profondi. E poi i racconti belli di Guido. Arriviamo al nostro campo base poco prima del tramonto. Il tempo giusto di una doccia prima di cena. 


Secondo giorno: 5,5 km e 250 mt di dislivello

La prima colazione di Sextantio è un buon inizio di giornata, alle 9:45 siamo tutti in auto per raggiungere l’altopiano di Campo Imperatore. La provinciale per Racollo è un nastro di asfalto che si srotola lungo la montagna. Arriviamo in cima al valico, davanti si apre uno spettacolo immenso di montagne e cime innevate. Lo sguardo si dilata. È qui che capisci perché il Gran Sasso è chiamato il Piccolo Tibet d’Italia: una corona di cime e al centro un grande altopiano. Mi torna in mente il mio viaggio in Himalaya, tanti ricordi riaffiorano. 

Lasciamo le auto, Guido ci invita a sederci per terra, occhi chiusi e pochi esercizi tra Yoga e meditazione. Il nostro silenzio dà spazio ad altre voci, centinaia di uccellini, nascosti chissà dove, cinguettano felici. 

Proseguiamo in auto fino alla piana, al Rifugio Racollo (1570 metri circa), la neve è ancora tanta, la strada è chiusa alle auto. Non ci resta che procedere a piedi. Attraversiamo la piana, ampi tratti di neve e erba, per arrampicarci fino a quasi 1800 metri. Tira vento, il freddo si fa sentire. Siamo soli in questo paradiso. Silenzio e nuvole veloci sopra di noi. Un’aquila in cielo. Respiro profondo e gratitudine.

Non sapevo che per me questi due giorni sarebbero stati un ritorno: nello spazio fisico e nel tempo. Ho capito che raggiungere la vetta è importante, ma molto di più tornare al campo base. Ed ora so dove è il mio campo base.